ORATORIO DON BOSCO - San Donà di Piave

Una macchina del tempo a fumetti: riprende vita il vivace cortile di don Moretti

del 07  marzo 2020

Un simpatico fumetto disegnato su un'antica pergamena ci restituisce la vivacità del nostro Oratorio degli anni Cinquanta

Ci sono elementi architettonici del nostro oratorio che ci parlano in modo esplicito delle sue origini, ed ornamenti, arredi o elementi figurativi che ci permettono di immaginare piccole storie dentro la nostra storia…

Partiamo da una vecchia pergamena (dono della comunità salesiana di Verona) che attende ancora di trovare stabile collocazione in sala giochi; cerchiamo di leggerla con l’oggettività dei nostri sensi e la mediazione del nostro cuore, in modo da permettere alla ricerca di liberare fantasia ed emozioni…

La sua collocazione storica è chiara: Verona, 1951. Ma vediamo il contesto… Per la festa ispettoriale di fine aprile, un gruppo di oratoriani decide di consegnare all’allora ispettore, don Antonio Maniero, un omaggio augurale a nome degli oratori del Veneto, ma con chiaro riferimento a quello di San Donà.

Dettagli interessanti emergono da un esame più scrupoloso dell’opera: 

E’ un disegno carico di umorismo, realizzato forse a china sullo stile del celebre fumettista Jacovitti. L’autore utilizza la forza del colore e le sagome grottesche dei personaggi, con i capelli sparati, nasi accesi e bocche spalancate, per veicolare un messaggio inequivocabile: basta un semplice cannocchiale e un pizzico di fantasia per scorgere, anche dalla città scaligera, la straordinaria vivacità dell’oratorio di cui tanto si parla…”l’oratorio più bello del mondo”.

Modificando via via l’ingrandimento, don Maniero potrà avvistare dapprima    Venezia, poi una cittadina dalla fisionomia rurale (riconoscibile dal solo campanile: San Donà) ed infine la chiesetta del suo oratorio, appena edificata ma ancora da inaugurare… Mettendo a fuoco l’immagine sul cortile, sarà chiaro il perché di quell’appellativo.

Con tratto sicuro e veloce, l’artista ci dà una fedele restituzione della vita oratoriana degli anni Cinquanta. Tutto ruota intorno alla figura di don Moretti, che coordina ed anima ogni attività. Lo identificano chiaramente la calvizie pronunciata e il fischietto appeso al collo con cui era solito richiamare i ragazzi appostandosi sulla soglia del portone.

L’armoniosa bellezza dell’edificio, con le sue bifore e il porticato colonnato, sembra riflettersi nel volto di quei bimbi felici. C’è chi legge (probabilmente il giornalino dell’AC), chi partecipa ai gruppi (scout, AC, banda, coro), chi gioca o si intrattiene con gli amici sotto la guida attenta degli assistenti. Proprio come oggi, ogni momento viene riempito di allegria, di esperienze gratificanti, di significato. Questo sano divertimento allontana i ragazzi dal pericolo, sottraendoli alle grinfie del demonio…

La suggestione dei richiami di questo piccolo capolavoro artistico non concede divagazioni: c’è la giostrina dal sedile ottagonale, svago ricercato dai più piccoli, “a pompeta” che permette di dissetarsi e lavare piedi e ginocchia sporchi o sanguinanti, il cane del campo limitrofo, tanto temuto quando la palla oltrepassa il muro di cinta…

Ritroviamo questi ed altri elementi caratteristi della vita oratoriana in un altro prodotto grafico di Uto Contri (il solo nome è leggibile in basso a destra), giovane di AC da sempre fruitore di quel cortile. Sappiamo infatti che il padre, l’ing. Ennio, aveva condiviso con l’arciprete il sogno di una Casa per i giovani mettendo a servizio al momento opportuno la propria competenza tecnica per la direzione dell’opera.

Di questo secondo lavoro, che utilizza la medesima tecnica, non conserviamo i disegni originali. 

Si tratta di una serie di figurine (12 per l’esattezza) che venivano riprodotte in gran quantità utilizzando della carta chimica per essere poi inserite fra i due foglietti che avvolgevano le caramelle. Queste venivano vendute in  Dolceria, uno spazio ristretto all’interno del locale che oggi ospita la direzione, gestito dai ragazzi dell’azione cattolica. Il punto più profumato ed invitante di tutto l’oratorio.

              

Ma vediamo cosa ci racconta ogni singola immagine:

Le caramelle erano allettanti, ma non tutti potevano permettersele. Per i ragazzi che in tasca avevano solo… qualche buco, non rimaneva che restare con il naso schiacciato alla vetrina (figura 10) o aspettare le occasioni importanti quando, al grido festoso di “ Vita, vita, vita!” (figura 11), una “pioggia di caramelle” veniva fatta cadere dalla trifora centrale.     

Tutto era speciale all’oratorio! Si poteva giocare a calcio dribblando fra le pozzanghere (figurina 2) o a palla sotto il porticato dove le porte senza rete erano date dai battenti degli ingressi del cinema-teatro. E quando la mira non era perfetta, la pallina di gomma lasciava sul muro un “timbro”, cioè un’impronta che si aggiungeva alle tante che già lo “decoravano" (figurina 7). 

Intanto i piccoli, in uno spazio appartato del cortile, giocavano con le biglie di terracotta, un gioco che si faceva anche lungo la strada fin oltre l’ingresso dell’oratorio… dove si gareggiava con i compagni per far centro: s-cecco (figurina 12). Alla domenica si aggiungeva per tutti l’esaltante divertimento del cinema! 

La nuova macchina cinematografica (figura 4) non proiettava pellicole di prima visione ma assicurava un pomeriggio esplosivo: al suono della tromba, che annunciava l’arrivo dei soldati accorsi in aiuto ai visi pallidi, una marea scomposta di giovinetti si alzava in piedi urlando a gran voce: Arrivano i nostri ..!(figurina 5).

All’imbrunire stanchi, sporchi e con il cuore gonfio di gioia, i tanti ragazzi (liberi più di ora dagli impegni scolastici) lasciavano l’Oratorio. E nessuno mancava di salutare l’Ausiliatrice (figurina 6), che a ragione era stata soprannominata: “Madonna portinaia”. Perché sempre pronta ad accoglierli e a proteggerli come solo una mamma sa fare.

              

Quanta fatica era necessaria, ricorda ancora Giuseppe Bincoletto, per completare l’intera serie ed aggiudicarsi la stecca di cioccolato o altre piccole leccornie … Alcune figurine infatti, in particolare la numero 1 e la numero 9, erano quasi introvabili! Ma era proprio l’attesa ad alimentare il desiderio e a rendere il premio allettante, mentre la competizione aveva il valore di rinsaldare i rapporti e creare una struttura comunitaria coesa e solidale.

Figurine che sembrano ancor oggi animarsi, trasmettendo allo stesso materiale povero del supporto (possediamo solo fotocopie…) palpiti di particolare pregnanza.

Piccole tracce del nostro passato che assumono senso compiuto alla luce del presente ricordandoci che la vita è più bella se affrontata con il sorriso, la mente aperta alla creatività e all’ingegno ed il cuore grato. Sull’esempio del nostro grande maestro: don Bosco.

Wally Perissinotto

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