ORATORIO DON BOSCO - San Donà di Piave

Ripartire dai primi Sessant’anni

del 25 gennaio 2017

Domenica 15 Gennaio si è tenuto il Convegno degli Ex Allievi che quest’anno coincide con il Sessantesimo di fondazione del Centro.

Nel mese dedicato a don Bosco, gli Ex Allievi del CFP di San Donà di Piave si sono ritrovati numerosi, domenica 15 gennaio, per il tradizionale Convegno, che quest’anno coincide con il Sessantesimo di fondazione del Centro.

“Celebrare un anniversario è sempre un’occasione propizia per far tesoro del passato, consapevoli che il verbo ‘ricordare’ nella sua accezione piena significa riportare al cuore”. Ma la motivazione di fondo non era certo incentrata sul desiderio di “fare archeologia del passato per dire che: ‘una volta era meglio’, piuttosto sulla volontà di fare memoria della storia per avere una piattaforma stabile su cui poggiare il futuro”

Su questi due elementi chiave: memoria e futuro, richiamati dal direttore don Massimo Zagato, si è giocato l’intero Convegno: un intreccio tra passato e presente ordito nel solco della tradizione salesiana. La stessa assemblea ben esprimeva la ricchezza di competenze, di vissuti, di realtà anagrafiche: mani callose resi forti dal lavoro e qualche volto non ancora segnato dal tempo di chi ha lasciato da poco la scuola; timidi segnali, questi, di legami generazionali che avevano impreziosito gli incontri in vista del Convegno. 

Giovanissimo il direttore, che ha offerto una sponda agli Ex Allievi imprenditori per calarsi nuovamente nell’ambiente che li ha formati, per assumere in qualche modo le vesti di don Bosco. Autore del primo contratto per gli apprendisti nel 1852, il Santo dei giovani incoraggia oggi i ‘suoi ragazzi’ a seguirlo sulla strada che ha tracciato.

Forte il richiamo al fondatore e al suo metodo educativo anche da parte del relatore del Convegno, Don Alberto Poles, Delegato del Cnos-Fap del Veneto e presidente di Forma Veneto, che ha presentato un nuovo modello di fare formazione: il sistema duale, un percorso ideale che parte dalla didattica laboratoriale e giunge al rapporto di collaborazione fra scuole, studenti ed imprese con lo scopo di accompagnare i ragazzi ad un progressivo inserimento in azienda, garantendo loro un adeguato bagaglio di competenze spendibili nel mercato del lavoro.

“Sessant’anni di storia sono un patrimonio prezioso che si rinnova di anno in anno, con nuove forme ed intuizioni, precisa don Massimo nella suo intervento. Ciò che rimane è l’intenzione di fondo: far crescere degli uomini secondo il desiderio di don Bosco: onesti cittadini, e buoni cristiani al quale si può aggiungere lavoratori professionisti”.

Ma il Convegno, lo sappiamo, è anche occasione per far emergere la riconoscenza e il ringraziamento per il bene ricevuto negli anni della adolescenza. L’emozione degli affetti, i valori che hanno dato significato ad un percorso condiviso, i ricordi carichi di nostalgia hanno trovato sfogo nelle pagine dell’opuscolo celebrativo: “Sessant’anni di formazione professionale: le fondamenta del futuro”, realizzato per l’occasione. Una raccolta di aneddoti, di ricordi, di storie curiose, sulla cui trama si innestano delle espansioni che richiamano la vita di don Bosco. Eccone un assaggio:

“Un giorno - racconta Bepi B. - mentre passeggiavo davanti all’Oratorio, ho incontrato un mio ex insegnante, don Giacomo Sarti, allora economo all’Istituto Salesiano Bearzi. Mi ha chiesto cosa stessi facendo. Completati gli studi, stavo tentando a fatica di avviare una mia attività. 

Le parole del vecchio maestro si rivelano inattese e spiazzanti: parlano di fiducia e di amore che sa farsi concreto. “Vuoi venire a farmi l’impianto elettrico a Udine?”. “Volentieri… ma solo se vengo pagato … non ho un soldo in tasca e non posso permettermi di fare lavori di volontariato come ai tempi della scuola”. Una pacca sulla spalla apre uno squarcio sul futuro di quel giovane  lavoratore inesperto. “Ho fatto subito il mio primo investimento: una “jaguar”... ovvero una giardinetta legata ‘col fil de fero' e da lì è cominciata la mia strada di piccolo imprenditore”. 

Nell’espansione cui si rimanda, troviamo gli stessi ingredienti: fiducia e opportunità.

Don Bosco, per fare del bene ai ragazzi, profittava anche del doversi radere la barba. Entrato in barberia cercava il garzone di bottega, conversava con lui, da lui voleva essere servito. Un giorno del 1847 trovò un ragazzino di 11 anni, volle conoscerne il nome (Carlo Gastini), e non lo dimenticò più. «Vai al catechismo?», gli domandò. «Quando posso», si scusò Carlino, che era orfano di padre. «Bravo! Voglio che tu mi faccia la barba». «Per carità, non si arrischi! - lo mise in guardia il padrone. E’ un pivellino appena capace di fare la barba ai cani». «Se non comincia una buona volta, non imparerà mai», replicò Don Bosco, e si sottopose alla scorticatura. 

Piccole storie, ma non certo storie insignificanti. Condividerne la lettura, potrà forse far riaffiorare analoghi sentimenti di gratitudine per un percorso formativo che è stato importante soprattutto sul piano umano. Percorso che ancor oggi porta frutti copiosi.

Autore: Wally Perissinotto

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