ORATORIO DON BOSCO - San Donà di Piave

Qui il beato don Rinaldi versò lacrime di gioia

Cosa lega l’Oratorio al Beato don Filippo Rinaldi, terzo successore di don Bosco, che oggi la Chiesa festeggia? Scopriamolo insieme...

Solo l’occhio attento è in grado di riconoscere in questo prezioso scatto, custodito sapientemente da Angelino Battistella, il terreno su cui sorge oggi l’Oratorio. Uno spazio dove i vigneti e le lapidi dei soldati caduti in guerra hanno ceduto il posto al cromatismo dei cortili e al frastuono dell’attigua  via don Bosco. Quest’immagine, la cui serenità è turbata solo dalle evidenti cicatrici del primo conflitto (al Duomo manca ancora il campanile), ci permette di recuperare una pagina della nostra storia i cui dettagli forse sfuggono ai più.

Foto del Krigsarchiv di Vienna - 1918, terreno su cui attualmente sorge l’Oratorio. Sullo sfondo il Duomo ancor privo di campanile.

Mons. Saretta - come ben sappiamo - subito dopo la guerra vagheggiava una Casa per i giovani ed aveva tentato accordi coll'Ispettore Salesiano del Veneto, il quale, lodando con belle parole la proposta, per le difficoltà' del momento, credette rimandare l'attuazione dell'opera a un tempo migliore”.

Poco incline all’attesa inoperosa, l’arciprete mise in moto tutte le sue conoscenze per raggiungere l’obiettivo prefissato. Da acuto conoscitore dell’animo umano qual era, sapeva che solo una donna avrebbe sposato con ugual passione la sua causa. Si rivolse dunque ad Amelia Fabris (la cui villa è ancora visibile in via Garibaldi), una fedele parrocchiana da poco trasferitasi a Torino, dove aveva sede la Casa madre salesiana. Facendo leva sulle conoscenze altolocate del marito, la gentildonna sandonatese riuscì nel difficile intento di arrivare al vertice della Congregazione salesiana. Una sua lettera, datata 26 aprile 1926, ci rivela preziose informazioni:

Il Re.mo P. Rettore generale dei salesiani don Rinaldi è fuori Torino da oltre tre mesi per ispezioni a case salesiane. Tornerà al principio di maggio ma per qualche giorno si riprenderà e non farà udienze. Le udienze non si concedono a giornate e ora fissa (per nessuno!). Si dà un lasso di 3 o 4 giorni di tempo durante i quali il richiedente deve presentarsi. Don Rinaldi riceve soltanto la mattina dalle 9 alle 12. E’ necessario trovarsi lì almeno alle 8, perché tale è sempre la ressa che difficilmente chi arriva più tardi riesce ad avere udienza e deve essere rimandato al giorno successivo

Don Rinaldi si apprestava a compiere 70 anni, appesantito nel fisico e lungamente provato per tanto lavoro svolto in missione e in congregazione, aveva bisogno di non caricare oltre le giornate già intense, ma l’appassionata insistenza dell’intrepido prete del Piave lo commosse a tal punto da riservargli il privilegio di riceverlo in Veneto, dove a breve avrebbe soggiornato per una settimana.

L’arciprete non si lasciò scappare l’occasione. La sua accorata supplica riuscì a strappare al Superiore ben più di un semplice incontro, bensì un sopralluogo del campo che aveva recentemente acquistato a scopo ricreativo e scuola professionale.

Sappiamo per certo che don Rinaldi rimase ammirato dal terreno e dall’ardore della richiesta tanto da esortare l’Ispettore Festini ad accontentare le richieste di mons. Saretta “anche a costo di sacrifici!”.

Uomo umile e schivo, ma con il cuore plasmato da don Bosco, don Rinaldi suggellò con qualche lacrima soffocata l’opera che stava per nascere.

Non ci è dato conoscere ciò che è intercorso, in termini di dialogo personale, tra l’arciprete e il beato don Rinaldi che, a detta di Don Francesia “di don Bosco mancava solo della voce”, ma a parlare sono i fatti. A dicembre dello stesso anno il Rettor Maggiore nomina mons. Saretta Decurione Salesiano per “dare ai nostri benemeriti Cooperatori, che abbiamo e avremo costì, un capo autorevole che ne incoraggi l’azione…”. E abbiamo prova di una cordiale corrispondenza che si protrasse per il poco tempo che la Provvidenza regalò a don Rinaldi, che si spense in silenzio il 5 dicembre 1931. 

1928, biglietto augurale di don Rinaldi a mons. Saretta

E’ bello scoprire che i santi sono più vicini di quanto pensiamo e che in qualche caso, come in questo, hanno addirittura calpestato lo stesso suolo sognando magari cortili colorati dove giovani confratelli con vesti più informali avrebbero continuato a dare, come diceva don Saretta, “la vita ai giovani. Tutti i giovani, grandi e piccoli, ricchi e poveri - specialmente poveri - tutti, tutti, per ricoprirli d’amore, di vita, di bellezza, di gioia

Puoi essere santo #lì dove sei - tema formativo dell’anno - può dunque significare, forse, poter beneficiare anche della santità di chi ci ha preceduto, di chi ha benedetto il campo dove svolgiamo le nostre attività, dove ci ritroviamo per crescere in amicizia e in spirito di appartenenza.

Ed è questo anche il modo per restituire ad una pagina di storia il sapore dell’attualità.

 

Wally Perissinotto

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