ORATORIO DON BOSCO - San Donà di Piave

Poesia della carne

del 24 dicembre 2021

La riflessione del Direttore in preparazione al Natale, un bel messaggio da gustare e custodire nel cuore...

Mi è appena arrivato un messaggio da tre cari amici. Il primo mi annuncia la nascita del suo primo nipotino, gli altri due sono appena diventati papà e mamma. Due bambini sono nati. Quale grande gioia, quale inspiegabile meraviglia suscita una nascita. Tenerezza smisurata sgorga dal cuore alla vista di un neonato.

Di fronte ad una nascita non si aggiungono altre parole, perché il nascere, entrare nel mondo, è un evento assoluto, che non si può restringere in un significato, poiché il senso e lo scopo di quel nascere ci sfugge. Per dirlo in parole più semplici: noi non diciamo mai: ”Questo bambino è nato per qualcuno o per qualcosa”, potrò dire di un indumento, o di un oggetto che è stato fatto per me, o per te, ma non di un uomo, perché un uomo non si può possedere! Il fine e il perché della sua nascita e del suo futuro è fuori dalla portata anche di coloro che lo hanno concepito. 

Eppure leggo nel vangelo di Luca, quando l’angelo annuncia ai pastori la nascita di Gesù:

“Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore”. 

Ciò che non diciamo naturalmente di nessuno, di Cristo viene annunciato in maniera molto chiara. Il motivo per cui Gesù nasce siamo noi, noi siamo il fine della vita di Dio su questa terra, siamo il suo scopo. Dio con immensa gratuità decide di appartenere fino in fondo all'uomo; addirittura, l'Eucaristia ne è la prova, decide di farsi possedere da noi, arrivando a farsi mangiare.

L’amore di Dio mostra il suo “eccesso” nel condividere la nostra malandata umanità. Mi sono chiesto spesso se per il Creatore non fosse più comodo e facile crearci perfetti e incorruttibili. Quanti fastidi in meno! La nostra materia è precaria e deperibile, lo verifichiamo quando ci ammaliamo, ci feriamo, siamo di fronte alla morte di qualcuno. Alla fragilità strutturale si aggiunge la libertà che gestiamo non sempre al meglio, facendo scelte che causano male, sofferenza, soprusi, sperequazioni, guerre. La realtà e la storia ci dicono che la perfezione in questa umanità non c’è.

Eppure, se guardo un bambino, un neonato in braccio a sua madre, il perché della immensa fragilità e delicatezza della carne umana mi diventa più chiaro. Mi diventa chiaro perché non siamo perfetti. Solo nella fragilità c’è spazio per accogliere, assaporare, lasciarsi colmare dall’amore. Un bambino inerme è immerso nell’amore di sua madre. Dio si immerge nell’uomo, perché l’uomo possa lasciarsi immergere in Dio. Solo chi vuol bastare a se stesso rifiuta l’amore, non accetta il perdono, perché non ne ha bisogno.  L’uomo, che desidera essere perfetto, non è in grado di lasciarsi voler bene, perché questo significherebbe aver bisogno di qualcuno. 

L’onnipotente dà valore alla nostra pochezza, la fa tutta sua. E’ Natale e mi sento di ringraziare il Dio dell’universo che continua ad amare questa povera e malandata carne, al punto da condividerla, tale e quale, con noi. Sto pensando quanto sia importante ascoltare la nostra esistenza, perché in essa il Signore parla e si manifesta. Nei momenti di gioia e di dolore, nelle pieghe delle nostre giornate, nella sofferenza più dura o nella parte di noi più raccapricciante, il Signore c’è

San Paolo ci ricorda che “Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti”. La mia debolezza è la mangiatoia dove Gesù viene adagiato. La mia debolezza è il luogo dove la forza del Signore si esprime.

Natale non è il momento dove ci sforziamo di essere per 12 ore più buoni. Non è il periodo dove per un momento dimentichiamo i problemi vivendo in una bolla ovattata di caldo sentimentalismo. Dopo pranzo, o dopo cena o il giorno dopo la nostra vita è di nuovo lì. Il Natale è il momento per “ri-iniziare” a lasciarsi voler bene da Dio anche nelle zone più fastidiose del nostro cattivo carattere, delle inclinazioni poco simpatiche, delle ferite ancora aperte, delle relazioni faticose, dei perdoni non dati, nelle persone non accolte. A Natale mi lascio amare di più da Dio e metto il peggio di me nelle sue mani. Solo se mi lascio amare nelle mie debolezze posso muovere dei passi di conversione. Dall’amore non si scappa, diceva un ergastolano brasiliano convertito. Dedichiamo tempo alla preghiera, allo stare davanti a Gesù. Dedichiamo tempo agli altri. A Natale non facciamo pace con i nostri peccati, ma li consegnamo alla misericordia di Dio, per ricominciare il cammino. Non aspettiamo di essere migliori per vivere meglio e con più impegno. E’ il continuo cammino della vita che si lascia amare da Dio che rende migliore ogni giorno.

Natale è ogni giorno in cui faccio memoria di quanto sia profondo l’amore di Dio per me e di quanto sia profonda e grande la possibilità che questo amore dilaghi da me alla vita degli altri. 

BUON NATALE!

don Nicola 

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