ORATORIO DON BOSCO - San Donà di Piave

Pillole di spiritualità in preparazione alla Pasqua

del 25 marzo 2020

In questa Quaresima a porte chiuse sentiamo il bisogno più che mai di una parola che consoli e che ci aiuti a vivere questo tempo dilatato in modo pieno. Papa Francesco e don Bosco ci guidano nel nostro percorso per imparare ad “amare in abbondanza, con il sorriso, con la vicinanza, con il servizio e anche con il pianto”

                                                                  Dalla catechesi del Papa

                                                            

     Nella lingua greca in cui è scritto il Vangelo, questa beatitudine viene espressa con un verbo che non è al passivo – infatti i beati non subiscono questo pianto – ma all’attivo: “si affliggono”; piangono, ma da dentro. Si tratta di un atteggiamento che è diventato centrale nella spiritualità cristiana. Questo pianto, nelle Scritture, può avere due aspetti: il primo è per la morte o per la sofferenza di qualcuno. L’altro aspetto sono le lacrime per il peccato – per il proprio peccato – , quando il cuore sanguina per il dolore di avere offeso Dio e il prossimo.

Si tratta quindi di voler bene all’altro in maniera tale da vincolarci a lui o lei fino a condividere il suo dolore. Ci sono persone che restano distanti, un passo indietro; invece è importante che gli altri facciano breccia nel nostro cuore.
Ho parlato spesso del dono delle lacrime, e di quanto sia prezioso. Si può amare in maniera fredda? Si può amare per funzione, per dovere? Certamente no. Ci sono degli afflitti da consolare, ma talvolta ci sono pure dei consolati da affliggere, da risvegliare, che hanno un cuore di pietra e hanno disimparato a piangere. C’è pure da risvegliare la gente che non sa commuoversi del dolore altrui.

Vi è un secondo significato di questa paradossale beatitudine: piangere per il peccato.
Qui bisogna distinguere: c’è chi si adira perché ha sbagliato. Ma questo è orgoglio. Invece c’è chi piange per il male fatto, per il bene omesso, per il tradimento del rapporto con Dio. Questo è il pianto per non aver amato, che sgorga dall’avere a cuore la vita altrui. Qui si piange perché non si corrisponde al Signore che ci vuole tanto bene, e ci rattrista il pensiero del bene non fatto; questo è il senso del peccato. Costoro dicono: “Ho ferito colui che amo”, e questo li addolora fino allelacrime. Dio sia benedetto se arrivano queste lacrime!
Questo è il tema dei propri errori da affrontare, difficile ma vitale. Pensiamo al pianto di san Pietro, che lo porterà a un amore nuovo e molto più vero: è un pianto che purifica, che rinnova. Pietro guardò Gesù e pianse: il suo cuore è stato rinnovato. A differenza diGiuda, che non accettò di aver sbagliato e, poveretto, si suicidò. Capire il peccato è un dono di Dio, è un’operadello Spirito Santo.
Dio sempre perdona: non dimentichiamoci di questo.Dio sempre perdona, anche i peccati più brutti, sempre. Ilproblema è in noi, che ci stanchiamo di chiedereperdono, ci chiudiamo in noi stessi e non chiediamo il perdono. Questo è il problema; ma Lui è lì per perdonare.
Se teniamo sempre presente che Dio «non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe» (Sal 103,10), viviamo nella misericordia e nella compassione, e appare in noi l’amore. Che il Signore ci conceda di amare in abbondanza, di amare con il sorriso, con la vicinanza, con il servizio e anche con il pianto.

 

                                                                           GIOVANNINO BOSCO. Amici veri

                                                          

Cominciarono a venire a cercarmi durante le ricreazioni per il compito, poi per ascoltare i miei racconti, e poi anche senza nessun motivo”.
Insieme si stava bene. Formarono una specie di banda, e Giovanni la battezzò “Società dell'allegria”. Le diede un regolamento semplicissimo:

  • Nessuna azione, nessun discorso che possa far arrossire un cristiano.
  • Fare i propri doveri scolastici e religiosi.
  • Essere allegri.

L'allegria sarà un chiodo fisso di don Bosco. Domenico Savio, il suo allievo prediletto, arriverà a dire: “Noi facciamo consistere la santità nello stare molto allegri. Cerchiamo di evitare il peccato che ci ruba la gioia dal cuore”. Per don Bosco l'allegria è la profonda soddisfazione che nasce dal sapersi nelle mani di Dio, e quindi in buone mani. È la parola povera con cui si indica un valore grande, la “speranza cristiana”. “Nel 1832 tra i miei compagni ero diventato come il capitano di un piccolo esercito”. Giocavano con le piastrelle, le stampelle, i salti, le corse. Partite accese e allegrissime. Quand'erano stanchi, sopra un tavolino piazzato sull'erba verde, Giovanni faceva i giochi di prestigio.

“Facevo uscire da un piccolo bussolotto cento palle colorate, da un barattolo vuoto decine di uova. Raccoglievo pallottole sulla punta del naso degli spettatori, indovinavo i denari nelle tasche altrui, con un semplice tocco delle dita riducevo in polvere monete di qualsiasi metallo”.
Come già ai Becchi, tutta quell'allegria finiva in preghiera.

“Tutte le feste andavamo alla Chiesa di Sant'Antonio, dove i Gesuiti facevano uno stupendo catechismo, in cui raccontavano parecchi esempi che ricordo ancora”.

Per riflettere:

  • Come sto a compassione? Questo tempo difficile mi sta facendo diventare un po’ più compassionevole? Non solo con i lontani, ma con quelli che abitano con me?
  • Sono dispiaciuto e pentito per il male compiuto? Mi dispiace per il mio peccato o rischio di esserne indifferente?
  • Come mi sto prendendo cura dei miei amici? Anche a distanza?

 

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