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La pelle dell'orso

La recensione di Tutti al cinema Appassionatamente

La pelle dell'orso di Marco Segato: il regista sarà presente in sala per lo spettacolo di venerdì sera alle 20:45!

Finalmente un ruolo da protagonista al cinema per Marco Paolini, mattatore del “racconto teatrale” da un po' di anni in qua. L'occasione viene dal romanzo di Matteo Righetto LA PELLE DELL'ORSO, da cui è tratto il film diretto da Marco Segato, che lo stesso Paolini ha sceneggiato, insieme al regista e a Enzo Monteleone.
L'ambiente è quello montano della Val di Zoldo, in un tempo sospeso ma che possiamo collocare negli anni cinquanta, ed è la storia di Pietro Sief, il balordo del paese, che lavora alla cava di Crepaz da quando è uscito di prigione.
Scopriremo che, tornato dalla guerra, ha ucciso l'uomo che aveva usurpato il suo posto accanto alla moglie: " Tua madre non c'ha mai saputo fare con gli uomini", dirà senza traccia di rancore, al figlio Domenico, che è il narratore di questa storia, più con gli sguardi che con le parole.
È infatti con occhi pieni di compassione e di profondo affetto che Domenico segue suo padre: vestito da orso cattivo, preso in giro dei ragazzini nella festa paesana dell'inizio, o nelle bravate all'osteria, quando viene buttato fuori perché ubriaco e molesto. Come un cane fedele lo segue anche quando, senza alcuna giustificazione, è cattivo con lui.
Ha un mostro dentro che lo divora Sief, che decide di affrontare quando, attaccando una stalla, si fa di nuovo vivo in paese un grosso orso che chiamano "el diaol" (il diavolo). Sief scommette con Crepaz il salario di un anno che lo ucciderà. E parte col suo moschetto in una caccia che è reale, ma molto di più è un'inconsapevole ricerca interiore.
E Domenico è con lui, per diventare grande, per colmare una doppia assenza: alla ricerca di una madre di cui non ricorda nemmeno i lineamenti e di un padre che sembra rifiutarlo come figlio.
Un film di silenzi e di sguardi più che di parole, di domande senza risposta: "perché, perché...perché è così è basta".
Ma pian piano, quando tutto sembra perduto, "el diaol" avvicinerà queste due anime in cerca di riscatto: "Prima che vegna scuro", come recita il canto di Bepi de Marzi nel coro alpino che accompagna i titoli di coda (buona la colonna sonora di Andrea Felli).
Stenta a trovare la propria dimensione il lavoro di Segato, recuperando man mano che il racconto diventa un faccia a faccia tra padre e figlio, per arrivare ad una parte finale di grande intensità.
Avrebbe probabilmente giovato utilizzare il dialetto per dare maggior credibilità ai dialoghi. Per fortuna c'è l'ambiente dolomitico, nel quale la macchina di Segato, e le luci, le ombre e i panorami di Daria D'Antonio si muovono con disinvoltura, ben montati da Paolo Cottignola e Esmeralda Calabria. 
E poi c'è la capacità dei protagonisti di dare emozione con una espressività che riesce a superare l'approssimazione del testo.
Di Paolini sappiamo, anche se è sul palcoscenico che trova la sua vera forza; bravi Paolo Pietrobon e Lucia Mascino a interpretare Crepaz e Sara, ma è soprattutto sul piccolo Leonardo Mason che si regge il film, e sulla dignità del suo sguardo.

di Dino Geromel

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