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L'incredibile vita di Norman

La recensione di Tutti al cinema Appassionatamente

Chi è questo Norman Oppenheimer, che la macchina da presa di Joseph Cedar segue quasi ininterrottamente per tutto il film? Neanche la poliziotta che indaga su di lui (che piacere veder far capolino il musetto scontroso di Charlotte Gainsbourg) riesce a saperne qualcosa. Forse è vedovo e ha una figlia all'Università. Di sicuro non lo sappiamo, nella marea di balle che imbonisce a tutti quanti perseguendo i suoi intrallazzi. Ha un nipote, questo sì (Michael Sheene), avvocato in un grosso studio newyorkese, l'unico che sembri dargli retta amorevolmente.
Forse non ha neanche una casa, visto che lo seguiamo, di giorno e di notte, viso e mani paonazzi, tra le strade gelate del quartiere ebraico della Grande Mela.
Di sicuro sappiamo di lui quello che Cedar ci dice già nel sottotitolo, prima di dividere in capitoli la "moderata ascesa e tragica caduta di un risolvi-problemi newyorkese".
È un faccendiere insomma, e di sicuro non fra quelli più accreditati nell'ambiente finanziario ebraico di New York. Un faccendiere interessato però, più che ai benefici materiali che ne potrà ricavare, alla realizzazione del grande colpo, al riconoscimento dell'efficacia del suo lavoro goffo ma coriaceo, a rendere reale ciò che per tutti è palesemente solo millantato.
L'incontro non certo casuale con un politico israeliano dà la sensazione che questo possa finalmente accadere, quando questi diventerà Primo Ministro (notevole l'interpretazione di Lior Ashkenazi).
Ma in politica e in affari, l'amicizia è un lusso che non ci si può prendere. E la cosa è perfettamente reciproca, perché neanche il sacrificio di Norman ha a che vedere con la lealtà o con l'amicizia, è piuttosto l'unica strada per ottenere finalmente quel riconoscimento che è in fondo il vero obiettivo di Norman, fosse anche con una targa alla memoria nel principale luogo di ritrovo della comunità ebraica di New York (azzeccatissimo, a proposito, anche il rabbino Blumenthal di Steve Buscemi).
E qui entra in campo la cifra del film di Cedar, che ruota tutta intorno agli stilemi del cinema di ispirazione ebraico-newyorkese, da Woody Allen in poi: battute, musica, situazioni...che riescono a tratti perfino irritanti (non finisce mai, per esempio, la carrellata di conoscenze, che fa seguito all'incontro di Norman, con Eshel diventato Primo Ministro).
Il grande vantaggio del film resta però l'interpretazione stellare di Richard Gere, senz'altro fra le sue migliori di sempre, il cui incontro con il regista israeliano Oren Moverman (qui in veste di produttore), che già tre anni fa, con l'imperfetto ma coraggioso "Gli invisibili", lo aveva iniziato a nuove strade, più crepuscolari.

di Dino Geromel

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