ORATORIO DON BOSCO - San Donà di Piave

1923 circa, da sinistra: E. Contri, M. Bastianetto, Mons. Saretta, G. Bizzaro, F. Peruzzo. In alto: A. Rizzo, G. Pichetti, A. Battistella. Arch. Rizzo

Il sogno dei "9 anni" di Saretta

del 22 gennaio 2021

L’Oratorio di San Donà, un sogno condiviso con don Bosco

 

Sognare in grande! Saretta comincia a farlo fin da quando, giovane sacerdote, viene a conoscenza di un metodo educativo in grado di orientare la sua mente e il suo cuore verso nuove prospettive. Ispirato dalla straordinaria figura di don Bosco, è desideroso di seguirne le tracce.

L’occasione gli si presenta presto: nel 1916, in pieno conflitto bellico, gli viene assegnata la cura della più vasta parrocchia della diocesi: San Donà di Piave. Qui la situazione richiama in qualche modo quella vissuta da don Bosco.

In questo paesotto lambito dalle verdi acque del Piave, “ci sono tanti giovani  - scrive don Francesco Santon - abbandonati, laceri, turbolenti, ai quali i genitori pensano troppo poco. Se ne trovano ovunque per le strade. Le piazze risuonano dei loro giochi, troppo spesso di bestemmie e di alterchi”. Giovani cui la scuola pubblica, quando viene frequentata, non garantisce un’adeguata istruzione religiosa. 

Trasformare i “lupi in agnelli” è un obiettivo che Saretta vuole perseguire con tenacia. Come don Bosco, ama condividere i suoi sogni con gli amici più cari. Lo fa di preferenza alla sera, durante l’abituale partita a carte in canonica. Ospiti fissi sono Attilio Rizzo, affermato professionista, Marco Bastianetto, l'ingener Ennio Contri, il profumiere Alberto Battistella, il dott. Pietro Perin, che tanto si era speso per i profughi. Durante questi incontri, mamma Letizia si avvicina con passo felpato per ascoltare con discrezione i loro discorsi e dare il suo consenso accarezzando con dolcezza la testa del figlio. Solo in quell’occasione l’arciprete mostra una tenerezza troppo spesso celata. 

E’ un ricordo che ho raccolto anni fa da Leandro Rizzo, il quale, ancora piccolissimo, accompagnava il padre a qualcuna di quelle serate di rigenerante armonia.

La preoccupazione prima del gruppo va ai giovani. “Sotto la direzione dei figli di don Bosco, il più grande educatore moderno - italiano e santo - i nostri giovani cresceranno puri e forti, più istruiti, più allegri e vivaci più educati e più buoni”, concordano. Il progetto di dar vita ad un Oratorio li entusiasma.

L’arciprete, dal canto suo, non manca occasione di ripetere:

”Ogni giorno il primo l’ultimo pensiero è per la Casa che dovrà accogliere e salvare tanti figli di San Donà di Piave. Anche di notte mi appare in sogno piena di bellezza, di giovinezza e di gaudio. La concepii fin dal primo giorno in cui venni destinato a questa parrocchia. Scoppiò la guerra e Caporetto ci travolse. Finalmente, risorto il paese, risorta la chiesa e gli istituti di pietà e di beneficenza, per le innumerevoli miserie del popolo, il cuore non potè più frenare la passione che lo tormentava da tanti anni, quella cioè di creare la più bella opera per la più bella cosa che vi è al mondo: i giovani (1)”. 

A suo tempo tutto comprenderai”. 

Quando, dopo quasi 40 anni dall’avvio dell’Opera, l’arciprete saluterà commosso per l’ultima volta il “suo Oratorio”, quelle parole che l’Ausiliatrice aveva consegnato a don Bosco nel sogno dei 9 anni, diverranno chiare anche per lui.

Wally Perissinotto

(1) Foglietto Pro Oratorio don Bosco n.1, 1928

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