ORATORIO DON BOSCO - San Donà di Piave

Il nostro grazie ai Salesiani di ieri e di oggi

del 21 settembre 2019

91 anni di presenza salesiana a San Donà, un evento che merita di essere ricordato

Se un qualsiasi incontro può cambiare la vita di una persona, l’incontro con don Bosco può cambiare addirittura le sorti di un’intera città.

San Donà era un paesotto di provincia dal volto ancora ferito e tante povertà evidenti (economica, morale, culturale) quando, il 24 Settembre 1928, i Salesiani vi misero piede per la prima volta. 

L’orfanotrofio che li ospitava era una delle poche, maestose costruzioni che s’imponevano su una zona periferica disseminata di baracche. Tutto appariva bello, solido, generoso nella sistemazione degli spazi ma il refettorio e le camerate non disponevano che di stufe insufficienti per affrontare un inverno che si preannunciava rigidissimo. La pulizia personale, con l’acqua scaldata nel pentolone, garantiva ai piccoli ospiti dell’istituto la sola igiene settimanale.

Lo ricorda ancora oggi, a 98 anni ormai prossimi ed una mente lucida, la moglie di uno di quei primissimi allievi, Luigina Battaiotto, anch’essa ospite del medesimo istituto. Come sottolinea nella sua pacata conversazione, un muro separava rigorosamente la sezione maschile, retta dai salesiani, da quella femminile gestita dalle suore della carità di Milano. Le bambine, purtroppo, non potevano godere dei frutti della “rivoluzione” che i Salesiani avevano portato in quel piccolo mondo chiuso dove tutto si consumava tra l’istituto, la scuola di piazza Indipendenza ed il Duomo per le funzioni domenicali. I giochi, le piccole commediole, le uscite fuori porta fino alla tenuta dei conti Ancillotto, l’allegria innescata dalle note del grammofono erano riservate ai soli maschi! L’unica occasione di contatto “concessa” alle piccole era quello di lavare i calzettoni di tutti i giovani ospiti, senza distinzione di sesso. Un servizio che offriva l’opportunità di starsene a confine con l’orto dove i grappoli d’uva invitavano all’assaggio.

Un inizio precario che ci rimanda all’esperienza di don Bosco che, come ben sappiamo, creò l’oratorio quando non aveva ancora una sede stabile.

Archivio Angelino Battistella

Un’altra preziosa testimonianza, incredibile per la freschezza dei ricordi, ci viene fornita da un oratoriano della prima ora, il sig. Luigi Picchetti, classe 1928, attualmente presente nella Casa salesiana di Mestre. Con voce ancora forte ed appassionata, nell’intervista resa di recente a don Enrico Gaetan, mette in luce i tre elementi che rendevano speciale (e rendono tuttora speciale) l’oratorio di don Bosco: il gioco, il catechismo, l’istruzione.

Gruppi di ragazzi scalpitanti - ci racconta - si raccoglievano davanti al portone in attesa che i salesiani terminassero di pranzare per fiondarsi all’interno ed occupare lo spazio dei giochi. Riprendendo un’immagine dalla sua memoria, sottolinea divertito: “Mi sembrava di vedere le pecore che scappavano fuori dall’ovile…”

Ma cosa differenziava quel cortile dalla strada o dalla grava cui molti ragazzi erano abituati? Qui si potevano fare incontri significativi, qui c’era sempre un salesiano che animava il gioco, dirimeva le contese, alimentava sogni, forniva stimoli culturali… L’incontro era sempre personale, gratificante, volto ad educare alla responsabilità. 

Un episodio semplice, ma significativo, si è impresso nella sua memoria di fanciullo. A soli 9 anni, don Caon lo prese in disparte per proporgli un servizio un po’ particolare: fare un po’ di compagnia  a don Zaio, l’anziano salesiano costretto a letto e bisognoso di cure: all’occorrenza, il piccolo Luigi avrebbe dovuto somministrargli l’ossigeno per aiutarlo a respirare in modo meno affannoso. Un compito più grande di lui, forse, ma capace di farlo crescere, di educarlo con i fatti, e non con le sole parole, a vivere il tempo libero come occasione propizia per aiutare gli altri e ripagare i salesiani del tanto bene ricevuto. 

Quante volte ci dimentichiamo che anche i ragazzi sono capaci di slanci generosi e di servizi impegnativi. Lo sapeva bene don Bosco che aveva confidato proprio su un pugno di giovanotti per far nascere la congregazione salesiana

L’educazione alla fede era l’obiettivo ultimo del Santo: “Ti voglio mostrare un cammino per essere felice…”  E del neo nato Oratorio… Puntualmente alle 16.30 di ogni pomeriggio, il portone d’ingresso veniva chiuso ed il suono della campanella annunciava il momento di preghiera, la buona notte salesiana. Qualcuno tentava sempre di scavalcare il muro di cinta per sottrarsi a quella pausa di riflessione e di silenzio, ma i buoni consigli ascoltati più meno distrattamente finivano per incarnarsi e modellare la personalità di quei piccoli…

Oggi l’oratorio accoglie ragazzi di tutti i credo religiosi, è aperto a chiunque, ma ciò che lo rende davvero prezioso, forse è bene ricordarlo, è il suo essere presenza cristiana tra la gioventù.

E’ impossibile immaginare San Donà senza l’Oratorio. Ed è per questo che è doveroso, in prossimità del suo 91° compleanno, rivolgere il nostro grazie a tutti i Salesiani che, oggi come ieri, si spendono con generosità e senza fragore per custodire un simbolo tanto importante della nostra storia e della nostra identità comunitaria, accettando continuamente la sfida di riempire di senso e di valori la vita delle giovani generazioni.

Ma il solo grazie non basta. A questo va legata la nostra disponibilità a sostenerne l’opera e, attraverso l'esperienza diretta della collaborazione, a crescere in corresponsabilità.

 

Autore: Wally Perissinotto

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