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22 Settembre 1959, Vestizione del coad. Antonio Cibin e del ch. Bruno Zamberlan nella Chiesa dell'Oratorio

Entriamo in scena!

del 09 giugno 2018

Assistiamo“in diretta” alla Vestizione di Antonio Cibin e Bruno Zamberlan.

Tutto è movimento, colore, frastuono. Vita che esplode davanti ai miei occhi, in cortile. 

Sotto al porticato, condivido la panca rossa con il sig. Bussinello. I fogli che mi mostra sembrano d’un tratto sottrarre freschezza all’ambiente: sono pagine di cronaca scritte a mano con la calligrafia rotonda e leggibile di chi ha imparato ad intingere con abilità il pennino nel calamaio… Mi chiedo come possa intercettare, quel racconto, l’interesse di ragazzi che nemmeno sanno cosa siano quelle strane cannucce con i pennini a forma di dito, di torre, di lancia… Eppure in quelle pagine ci sono parole che non tramontano, emozioni che ci abitano, testimonianze che fanno bene al nostro cuore. Oggi, più che mai, abbiamo bisogno che l’esempio preceda la parola. Perché l’esempio ha la forza di far veicolare valori e insegnamenti che non hanno data di scadenza.

E allora proviamo a dar vita a questi fogli d’archivio, a mettere virtualmente in scena questa bella storia d’altri tempi che ha come regista e attore protagonista un giovane sandonatese: Bruno Zamberlan. 

L’ambientazione iniziale è data dallo scorcio del cortile dove sosta una Fiat 1100 con a bordo l’ispettore don Michelangelo Fava, arrivato a San Donà per la Vestizione di due giovani: Antonio Cibin e Bruno Zamberlan. L’aria umida del freddo autunno 1959 sferza i visi di tanti ragazzi impazienti e degli uomini che fanno capannello sotto il porticato. 

Ad un pronto fischio del sig. Consigliere - comincia così il monologo - tutti i ragazzi si trovano attorno al loro Superiore, che ormai si è portato al centro del porticato. I ragazzi aumentano e si stringono sempre più, tanto che il Superiore è preso in mezzo e non può muoversi se non a fatica. I circa 400 ragazzi presenti cantano l’inno “don Bosco ritorna” e la testa del sig. Ispettore, che si mette le mani alle tempie, non regge alle generose voci degli allievi. Fa impressione la prontezza degli alunni nel fare silenzio dopo tanto gridare e nel mettersi in fila per andare in chiesa. Dopo le preghiere recitate con particolare raccoglimento e a voce unisona, il sig. Ispettore prende la parola per un breve sermoncino (…). “Ho ricevuto ripetuti inviti - esclama con enfasi- ma ho preferito venire qui tra voi perché l’Oratorio di San Donà è il più vicino al mio cuore. Dai vostri volti traspare l’amore che voi portate a don Bosco. Amatelo sempre nei vostri Superiori!”.

Il secondo atto si apre all’interno dell’Oratorio. Il calendario espone la data del 22 settembre 1959.

Alle 7 il sole, che batte alla finestra della nostra camera, ci invita ad alzarci anche se i Superiori ci hanno consigliato di dormire fino alle 7.30 (il secondo giovane è il futuro coadiutore Antonio Cibin). Il sig. Ispettore ci trova in piedi ed augurandoci buona festa ci esorta ad essere allegri. Appena usciti di camera troviamo dei ragazzi che desiderano vederci e salutarci. Uno persino ci piglia la testa e ci bacia ripetutamente come vecchi amici e non finisce di ripetere: Oh, voi fortunati! Bravi!”.

La scenografia successiva presenta gli arredi sacri della chiesa, il Tempio Votivo che da soli pochi anni ha completato l’intera fisionomia.

Prima che suoni la campana, la chiesa è quasi piena. Il Piccolo Clero, gli Esploratori e l’Unione don Bosco, sono già pronti in sagrestia ed in silenzio attendono il sig. Ispettore. Quando compare, vedendomi senza cravatta, si lamenta e mi costringe a metterla. Intanto cominciano ad entrare in chiesa i giovani che devono accontentarsi di stare in piedi in mezzo e ai lati della chiesa, e gli uomini entrati per ultimi assistono alla cerimonia con la porta aperta. Al centro del presbiterio è stato preparato un inginocchiatoio, rivestito da un ricamato tappeto e due cuscini di velluto rosso. (…). Un’ottantina di cantori, dall’alto della cantoria, intonano il “Veni Creator”. Segue l’interrogatorio per altoparlante. Quando si passa alla Vestizione ed il sig. Ispettore leva la giubba e la cravatta per non più rimetterla, non pochi trattengono le lacrime. (..). A tutti poi, e specialmente ai ragazzi, parla della bellezza della vocazione e come ciascuno in qualsiasi ufficio si trovi nella società possa seguirla conformemente alla legge divina.

L'ispettore Fava toglie la giubba al novizio Bruno Zamberlan aiutato da don Zancanaro. Servienti: Gianfranco Cibin e Biancotto

Le scene finali si svolgono nei locali a pianterreno dell’ala prospettica che va a morire con l’ampia appendice del teatro.

“I benefattori e benefattrici in una sala hanno preparato una bicchierata, alla quale siamo invitati appena usciti dalla chiesa. Il sig. Ispettore si intrattiene con il dott. Perin, suo compagno di collegio (uno dei primi cooperatori salesiani, ndr). Possono entrare non solo i parenti più stretti, ma anche qualche povero che viene subito servito dalle benefattrici. Non poche persone vengono, piangendo, a congratularsi con noi per la via scelta (…).

In teatro siamo accolti con un battimano generale e dalla tribuna i ragazzi intonano “Giù dai colli” con un entusiasmo che allieta il cuore di tutti i presenti. Al termine dell’accademia, in cortile, si avvicina un uomo che parlando con naturalezza dice: “Ho girato in bicicletta tutta l’Italia settentrionale per visitare gli Oratori di don Bosco e sono rimasto entusiasta dei Salesiani. Quando volevano chiudere questo Oratorio reagii risolutamente e sono stato in prigione per 3 giorni… ma è niente… per l’Oratorio di San Donà sarei pronto a restarci per tutta la vita…”.

Alla fine del pranzo, don Zancanaro - nel suo sermoncino - entusiasma fin dalle prime parole i giovani con il parlare della bellezza della vocazione salesiana, poi chiede bellamente: “Chi vuol farsi salesiano?” Due ragazzini non lo lasciano finire e poi tutti gli altri, alzandosi in piedi per mostrarsi, e con le mani alzate, gridano (spontaneamente in dialetto): “Mi! Mi! Mi!.

Si chiude il sipario. La platea riprende colore. Ai tanti ragazzi che vestono la maglietta variopinta della P.E.R. è chiaro il messaggio veicolato dallo spettacolo: “Se possiamo vivere ogni giorno la bellezza del cortile e fare esperienze uniche, lo dobbiamo a quei giovani che, ancor oggi, scoprono dentro se stessi le motivazioni per offrire un contributo speciale al mondo… A quei giovani che continuano ad alzare la mano..!

 

Autore: Wally Perissinotto

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