ORATORIO DON BOSCO - San Donà di Piave

Celebrare la paternità di don Bosco

del 26 gennaio 2020

Riconoscenza, memoria e gioia condivisa sono gli ingredienti della festa per i 60 anni di presenza a San Donà del coadiutore salesiano Bepi Arvotti

Festeggiare un traguardo è un po’ come raggiungere la vetta dopo un percorso impegnativo di cui, a volte, si sono colti solo il sentiero sterrato o le rocce insidiose. E ora, con il cuore soddisfatto, si può  spaziare lontano per ammirare l’intero itinerario e condividere con i compagni di cordata i momenti faticosi, quelli divertenti, quelli che si sono avvantaggiati della preziosità della confidenza… e fantasticare sulle prossime salite.

Non solo un cammino attraverso l’ambiente, ma un percorso lungo la storia della vita custodita nei tanti incontri che ci hanno rigenerato, ma anche messo alla prova insegnandoci sempre qualcosa. Un duplice viaggio che Bepi continua ad affrontare con i ragazzi alla scoperta della perla preziosa che dà senso all’esistenza. “Un uomo speciale e un salesiano appassionato che ancor oggi scrive la storia dell'Oratorio di San Donà”- è il commento di molti.

Giunto alla tappa delle nozze di smeraldo nella nostra comunità, è doveroso imbandire la tavola della riconoscenza. Ma la gioia non può esaurirsi nei festeggiamenti, deve aprirsi alla responsabilità della memoria affinché l’esperienza maturata, il bene fatto e quello ricevuto, non vadano dispersi. 

Photo Dino Tommasella

Il suo racconto - estorto con un pizzico di astuzia - intreccia più volte l’infanzia e la famiglia, facendo emergere evidenti analogie con la storia di don Bosco. Cresciuto in una povera casetta, che lui stesso paragona a quella di Valdocco, Giuseppe Arvotti impara fin da piccolo il valore e l’efficacia della Provvidenza. 

Con il marito costretto ad emigrare per guadagnarsi da vivere, è faticoso per la mamma soddisfare le esigenze di cinque figli, nati a breve distanza l’uno dall’altro, ma invece di lamentarsi li incita a coltivare la speranza: “Tenete duro, vedrete che Dio si prenderà cura di noi…”. Come prima di lei mamma Margherita aveva sperimentato, la povertà nasconde doni preziosi che un animo docile sa cogliere: allontana l’attenzione da se stessi ed invita ad alzare lo sguardo per ringraziare il Signore. 

Bepi ha fatto sua questa lezione di vita. Lo sottolineano i commenti di alcuni intervistati affascinati dal “suo modo totale di spendersi per la comunità, dimentico di sé”. Egli stesso ammette di lavorare in modo instancabile, cercando di non far mai pesare le proprie difficoltà. Quando qualche problema di salute lo obbliga ad un periodo di parziale riposo, la sua vera sofferenza è data dal fatto di non poter essere presente fra i ragazzi quanto e come vorrebbe. Se gli acciacchi sono lievi non se ne cura, perché altre sono le priorità… E’ un insegnamento che ama trasmettere con i fatti più che a parole. Le parole risulterebbero incomprensibili a ragazzi che sono cresciuti nell’abbondanza e non, come lui, “con il pane nero e la paura delle incursioni aeree “.

L’ottimismo e l’allegria, sulla misura di don Bosco, trasudano da ogni singola azione: dal “saltellare sui gradini dell’altare” quando dirige i canti, alla carica che sa trasmettere al buongiorno - lo sottolinea un ex allievo - che ha il potere magico di trasformare la tristezza del lunedì in voglia di affrontare un’altra settimana di scuola”. Bepi è proprio così, “un mix di gioia di vivere e di impegno con un pizzico di ingenuità infantile”. 

Ingredienti necessari per essere “come Don Bosco capace di entrare in empatia con i ragazzi per comunicare in maniera chiara, semplice e diretta”. E, come loro, avverte forte il richiamo del cortile. Durante l’intervista, ammette con candore di non riuscire a starsene in camera quando, dalla finestra, li sente vociare, correre e giocare. Per loro deve esserci, sempre! …Una presenza d’altri tempi!

Recuperando dalla memoria un ricordo lontano, confida: “don Alberto Trevisan (direttore tra gli anni 70 e 80) più di una volta mi ha chiamato all’una di notte, preoccupato: Bepi, …ma sei ancora in laboratorio? Come don Bosco, era ed è tuttora convinto che ci sarà tanto tempo per riposare, in Paradiso. Poi continua: “A scuola non mi sedevo mai; anche ora, in cortile, cerco di avere sempre l’occhio vigile”. E richiama la lettera di don Bosco da Roma: lavoro e temperanza faranno fiorire la congregazione. “La Temperanza l’ho appresa in collegio: l’assistente, al mattino, ci consegnava delle caramelle dicendo: vediamo se riuscite a tenerle in tasca fino alla sera o se sarete tanto generosi da donarle. Ormai le caramelle non fanno più gola come un tempo, ma ci sono altre forme di temperanza da insegnare e da vivere. I tempi vanno seguiti. Dobbiamo vivere alla grande l’oggi. Io cerco di farlo anche se qualche volta mi sento in difficoltà, specie con le nuove tecnologie”. 

Sappiamo invece che la sua curiosità e dedizione lo hanno sempre spinto ad informarsi, a sperimentare, ad apprendere più competenze possibili da trasmettere ai ragazzi: dal gioco, al canto, allo sport… Proprio come don Bosco, che nella sua ampia esperienza educativa aveva assimilato e messo a profitto ogni sorta di arte e di mestiere. 

Ma le abitudini consolidate a volte prendono il sopravvento e così confessa: “Il cellulare lo tengo in camera. Mi sembra un attaccamento, qualcosa di superfluo. Mi verrebbe voglia di spronare i ragazzi a fare lo stesso, ma non si può staccare il filo conduttore che ci lega alle nuove generazioni”. E così si accontenta di tener vivo quel contatto rompendo il silenzio che li incolla al cellulare con frasi antiche ma sempre efficaci: Vispi… Avanti, Animo! 

Vivere alla grande il presente non è facile, ma è necessario.

L’oggi che noi tutti ammiriamo è frutto di un’evoluzione che in parte tu hai accompagnato. Vuoi condividerne il ricordo? 

“Quando arrivai a San Donà, esattamente il primo febbraio 1960, la fisionomia dell’oratorio era molto diversa: oltre la chiesa c’era l’orto tenuto dal sig. Giacomel, un riparo per il maiale e Villa Moretti, un locale con tettoia come quello di Valdocco. Un basso muretto (a mureta) separava il campo da gioco dal terreno di Calcide che arrivava fino alla Caserma San Marco. I tanti ragazzi che vivevano in quel caseggiato appartenevano a famiglie disagiate. Venivano all’oratorio scalzi o con gli zoccoli, intenzionati a scatenare in cortile tutta la loro vivacità. Al momento di entrare in chiesa, però, scappavano scavalcando il muro di cinta per poi fare il giro. La pausa di preghiera pomeridiana era amata da pochi, devo ammetterlo, ma aveva un alto valore formativo. Una tradizione che è rimasta purtroppo solo a Valdocco”.

E qui i ricordi si perdono tra la polvere del cortile e le grida dei ragazzi che prendono d’assalto la giostra a catene per lanciarsi in voli spericolati, sempre più in alto…

(1/3 continua…)      CONTINUA

Autore: Wally Perissinotto

1961, giochi in cortile. Chi si riconosce?

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