ORATORIO DON BOSCO - San Donà di Piave

A tu per tu con don Guerrino Bordignon

del 22 aprile 2018

Oggi faremo una piacevolissima conversazione con don Guerrino Bordignon, attualmente nella Casa salesiana di Belluno tra i silenzi e la maestosità delle montagne che tanto ama.

 

Grazie, don Guerrino, per aver accettato di condividere con noi i preziosi ricordi del tuo lungo periodo di permanenza a San Donà. Il tuo volto è noto a tutti, non c'è dunque bisogno di soffermarci sulle presentazioni. Ti chiediamo solo lo sforzo di scavare nel tuo passato per recuperare, fra i ricordi dell’infanzia, quello della tua vocazione…

Mi vergogno, un poco, a parlare della mia vocazione. Non assomiglia per niente  alle vocazioni dei grandi santi che, fin da piccolissimi, anelavano al monastero o alla carriera ecclesiastica. Non ho mai sentito nessuna chiamata nel grande silenzio della mia casetta tutta nuova costruita dal papà aiutato dai suoi fratelli, in mezzo alla campagna tra le sorgenti della pedemontana e i rivi cristallini che solcavano il terreno dei depositi glaciali. Ero il più anziano della squadra, quello che inventava i nuovi giochi, copiandoli dai primi film proiettati dal nostro parroco proprio per noi ragazzi: tante pellicole di indiani con archi, frecce, accette, spade …che costruivamo in casa e usavamo nei nostri giochi da una siepe all’altra. Tutte operazioni ritenute, dai nostri genitori, molto pericolose. Non era una vita facile per il papà che al ritorno dal lavoro, doveva sentire la lista delle stranezze dei figli, giudicare il grado di disobbedienza, comminare la pena e anche eseguirla. E poi c’è sempre la solita goccia dispettosa che fa traboccare il vaso che è sempre troppo piccolo.

In quinta elementare, il maestro che ci preparava per gli esami di ammissione alla scuola Media ci aveva chiesto di comporre un paio di pagine sul comportamento di un animale domestico. Per non scrivere delle solite anonime galline, anatre, mucche, mi era venuta l’idea di prendere il gattino trovato abbandonato tra i solchi del campo e metterlo dentro alla voliera dei canarini che il papà allevava, favorendo covate di qualità, custodendo con amore il loro sviluppo, dividendoli per colore, per abilità nel canto e poi vendendoli a conoscenti ed amici. Stavo seduto davanti alla voliera a prendere nota dei comportamenti del gattino impaurito dal numero di canarini che svolazzavano contenti e incuriositi, quando arrivò papà dal lavoro. Vide la scena, non smontò neppure dalla bicicletta, mi fece sedere sulla canna della medesima, mi accompagnò dal parroco e gli confidò che desiderava mandarmi a studiare in collegio. “ Uno è proprio qui vicino, è a Castello di Godego, ed è tenuto dai salesiani”. Papà obiettò che andava bene qualsiasi religione, ma un po’ più lontano da casa. Dopo una breve riflessione il parroco uscì con una mezza frase.” Ce ne sarebbe un altro a Trento…”. “Quello va bene!” commentò papà e l’affare fu concluso. Così cominciò la mia “vocazione”.

Decisi di provare il noviziato, proseguii con il Liceo Classico, con la professione e a 21 anni sbarcai a San Donà proprio nei giorni della fiera. Correva l’anno 1962.  

  

E’ bellissimo ascoltarti: hai la capacità di trascinarci all’interno di un racconto nella cui trama le nostre vite si intrecciano come fili dell’ordito per creare il tessuto dell’oratorio. Ci puoi descrivere, con la tua brillante narrazione, la vivacità di quell’ambiente partendo dallo scorcio del cortile?

Certamente! Il campo da gioco, allora, era in terra battuta, nel senso che era battuta dalle scarpe, si fa per dire, dei ragazzi, ma il polverone che si alzava era paragonabile ad una tempesta di sabbia nel deserto o ad una palude, quando pioveva. Preziosa l’opera di don Nicola che bagnava tutto il campo con un idrante, il medesimo che adoperava per tener lontani dalla “fossa dei leoni” gli scalmanati dopo le partite serali dei tornei estivi. Come dimenticare “il muro del pianto”, il catechismo domenicale, i timbri sulla tessera per avere la riduzione all’entrata del cinema, i boati degli spettatori quando “arrivavano i nostri”, la vendita dei ghiaccioli confezionati in casa, il gruppetto dei ragazzi “interni”, il CFP in allestimento, i laboratori che si andavano attrezzando, l’orto, il campo da palla canestro in terra battuta, le docce pubbliche, la lavanderia all’angolo della “fossa dei leoni”,…le baracche di fronte all’Oratorio… 

In una delle stanze semi diroccate di Villa Moretti, in fondo al cortile, si radunava e faceva le sue attività un gruppo di scout nautici. Costruivano zatteroni con bidoni recuperati non si sa dove ne come, attraversavano il Piave, partivano al sabato pomeriggio e tornavano alla domenica sera con zainoni militari dai quali tiravano fuori teli, magliette, canottiere e altri indumenti intimi che mettevano ad asciugare lungo la rete dell’orto. Curiosità, attenzione, qualche domanda… era come una specie di carboneria, attivi, affiatati, gruppo coeso che faceva riferimento all’Assistente Ecclesiastico.

don Guerrino con gli Scout negli anni Ottanta

Tre anni di “spensieratezza” che passarono troppo in fretta e tornai in collegio per gli studi di teologia a Monteortone, un vecchio convento, ai piedi di una collina, con l’acqua termale che gorgogliava in una fossa piena di fango. Bisognava anche decidere della propria “vocazione”: si studiava, si pregava, ma si trovava anche il tempo per fare altre cose: aiutare i contadini a vendemmiare, raccogliere frutta, instaurare relazioni alimentari (ai pochi intraprendenti i contadini regalavano qualche salame, qualche fiasco di vino buono che si consumava durante le passeggiate o durante i “festini” notturni). 

E così, senza colpo ferire, giunse il giorno della ordinazione, quasi 50 anni fa. I superiori, nella loro ispirata lungimiranza, decisero di rimandarmi in un oratorio già noto. “Mi hanno detto che ti piace molto la Fisica, torna a San Donà …e insegna Chimica!”. In quattro anni l’Oratorio aveva aveva fatto passi da gigante ma noi portammo la “rivoluzione”, spalancando il portone anche alle ragazze. Fu un bene?  A noi parve di sì, anche la conversione di alcuni irriducibili confratelli. 

Dopo tre anni a Mogliano, che passarono come un colpo rabbioso di vento, ritornai a San Donà con la mia laurea, una specializzazione in corso a Roma e alla Cattolica…

Allora cominciai a lavorare al Centro COSPES. E, finalmente, il mio sogno: gli scout. Campi scuola, brevetto di capo scout, e “assistente” del Gruppo AGESCI. Assistente nel senso letterale del termine: ad-esse (latino) che tradotto significa: esserci, partecipazione alle riunioni, alle attività, ai campi estivi. Zaino in spalla con tenda sempre a seguito, scarponi e “gamba”. Vento, neve, pioggia, sole e i ragazzi. Avventura, adattamento, essenzialità, silenzio, riflessione, preghiera e progetti di vita condivisi. Un po’ alla volta si ricostruì il Gruppo del San Donà 1, AGI ( le ragazze) compreso. Poi, negli anni, lo scoutismo fu trapiantato nelle altre parrocchie di San Donà.

La attività al COSPES consisteva nella collaborazione con il CFP e le scuole Medie del territorio, la presenza nelle scuole materne parrocchiali della zona del Basso Piave e gli incontri pedagogici. Una attività che mi è stata molto utile per conoscere e per crescere di esperienza nel campo psicologico, terapeutico ed educativo. 

Ho anche lavorato come direttore del CFP: un decennio difficile, ma utile per un equilibrio personale da organizzare.. 

 

Ed ora una domanda allo psicologo: quale consiglio daresti ai giovani d’oggi spesso combattuti tra rassegnazione e speranza, tra esigenze immediate e bisogno di volare alto alla ricerca di senso?

Oggi è difficile dare consigli e non solo ai giovani. Ed è ancora più difficile accettarli e valutarli. 

C’è, tuttavia, qualcosa sulla quale si può riflettere: il livello e la qualità della comunicazione: il cellulare e i messaggi  scambiati anche da un marciapiede all’altro non sembrano efficaci come un messaggio vocale scambiato a tu per tu. Parlare ad una persona mentre la guardi negli occhi e l’altro guarda te negli occhi è il modo per dirci che siamo importanti l’uno per l’altro. Se è davvero così, come ci parliamo? Usiamo il linguaggio dei personaggi televisivi, volgari fino alla noia, fino alla nausea? Ci mandiamo le “faccette”sorridenti? La persona, quando comunica seriamente, consegna frammenti, grandi o piccoli, ma sempre frammenti di sé all’altra.  

Con quale rispetto, eleganza, dignità si affrontano tematiche importanti come bullismo, sfruttamento, violenza…? Con quale “verità”? Impariamo a guardarci attorno, ascoltiamo e facciamoci una opinione e domandiamoci che cosa possiamo fare con responsabile maturità.

Perciò ritornerei al metodo scout. Sceglietevi dei buoni maestri. I buoni maestri non sono quelli che stringono mani e poi se le lavano e tutto è finito. I buoni maestri, anche se con qualche difetto, sono quelli che camminano con voi, che portano lo stesso vostro zaino, dormono sotto la stessa tenda e non hanno paura di condividere con voi la gavetta di pastasciutta, che sono con voi quando vi sembra di non farcela più, che vi fanno un sorriso quando vi vedono immusoniti, che vi mostrano ad ogni passo come si possono superare le difficoltà e le superano assieme a voi. 

Sempre abbiamo bisogno di aiutarci, di volerci bene, di perdonarci, di ricominciare senza scoraggiarci, nemmeno per i nostri limiti.

 

Grazie, don Guerrino, per queste parole che ci interrogano sulla nostra capacità di essere educatori attenti e non solo preoccupati, alleati ma non complici o semplicemente amici. Grazie per questo tuffo nel passato che ci ha regalato il desiderio di raccogliere altri ricordi e di approfondire la tua conoscenza. Arrivederci a presto! 

 

Autore: Wally Perissinotto

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