ORATORIO DON BOSCO - San Donà di Piave

A proposito di ripartenza: un suggerimento che viene da lontano

del 03 aprile 2020

Negli anni Trenta la situazione in città è ancora molto difficile, ma il dono di un uovo pasquale diventa seme di speranza. Piccole testimonianze dal passato che ci provocano con forza, oggi. 

 

Ci sono pagine della nostra storia che ci parlano di come “San Donà, quella più umile soprattutto” abbia risposto in modo generoso alle tante situazioni di difficoltà. 

Ne apriamo una, non certo a caso, che fotografa gli inizi della nostra vita comunitaria. 

Negli anni Trenta, a ricostruzione avviata, le sacche di povertà erano ancora molto estese in città: mancava il lavoro, mancavano scuole ed abitazioni degne di questo nome, ma un forte spirito religioso sosteneva la popolazione, per lo più dedita all'artigianato e ai lavori dei campi.

L’Oratorio don Bosco era diventato supporto prezioso per le tante famiglie che non avevano né i mezzi finanziari né la preparazione culturale per garantire una sana educazione ai propri figli. Ma anche quell’ambiente rifletteva la precarietà dei tempi. Bastava varcare il portone per rendersi conto delle tante necessità: un’unica giostra, el biscoeo, richiamava i ragazzi più grandi che si lanciavano in voli spericolati fin sopra la struttura di legno traballante; qualche biglia di terracotta teneva occupati i piccoli negli angoli più protetti del cortile, dove le pietre insidiose consumando le scarpe già logore dei salesiani che si univano al gioco offrendo preziosi insegnamenti.  

Dalle tante buonanotti consegnate a fine giornata fiorivano gli slanci di generosità più belli. Ne è prova il testo sgrammaticato di un biglietto che credo meriti di essere riproposto all’attenzione dei lettori:

San Donà, 15 marzo 1933

“Rev. Monsignor, gli ofro questo uovo pasquale che è di 35 lire che sono di 45 merende della quaresima, come denaro lo ofro per l’opera dell’oratorio don Bosco (…). Avrei tante cose da dirli ma causa che non sono capace a esprimere il mio pensiero el scuse de mio male scritto inviandoli Buone Feste Pasquali a lei e ai suoi coperatori.

Mi firmo di essere un lemento della Azione Cattolica”.

A questo sembra far eco il racconto dell’arciprete, che ormai anziano confida tra le lacrime: Questo oratorio è nato dal cuore della gente, che fece meravigliosi sacrifici. Basti ricordare questo episodio. A Pasqua ricevetti un piccolo uovo. Lo apersi: conteneva 200 lire accompagnate da questo bigliettino: da vari mesi risparmio i soldi della colazione per l’Oratorio. Portava la firma di un giovane operaio”.

Piccole testimonianze che nel momento di difficoltà che stiamo attraversando ci provocano con una forza maggiore. L’epidemia in atto lascerà al suo passaggio bisogni e povertà dal sapore antico. Ci saranno attività da riavviare, prospettive di lavoro da individuare, equilibri da ristabilire, disuguaglianze da colmare…

Come possiamo collaborare per rispondere alle nuove emergenze dal nostro piccolo angolo di mondo in cui siamo confinati?

In questo periodo di forzato riposo, che ci mette al riparo dallo spreco restituendoci una maggior attenzione verso chi soffre, la nostra preghiera non può prescindere da gesti concreti di solidarietà. Magari piccoli, sulla misura di quelle “uova pasquali” che fino a ieri potevano solo intenerirci… 

Confidiamo certo nella scienza e nelle responsabili decisioni di chi ci guida ma per rialzarci, tutti insieme, anche la nostra debole spinta farà la differenza!

Wally Perissinotto

 

 

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